Qualche giorno fa vi abbiamo raccontato la storia di Rien ne va plus, questo perché è uscita la versione digitale di questa antologia, uscita esattamente sette anni fa. Ci è venuta però la curiosità di andare a recuperare gli autori per vedere cos’hanno fatto nel frattempo e cos’hanno da raccontarci.

Partiamo con Matteo Pascoletti che con “Dizionario_del_diavolo.net” apriva l’antologia.

  1. Come ti chiami / Quanti anni hai / Da dove vieni?
    Matteo Pascoletti, nato a Perugia 37 primavere fa (salvo imprevisti da qui a giugno).
  2. Con che nickname ti sei presentato al gioco/concorso/antologia di Las Vegas edizioni? Da dove arrivava quel nickname?
    Ho usato il nickname che uso in genere anche adesso, matteoplatone, che deriva dall’anagrafe, con annessi traumi infantili ora tutto sommato superati.
  3. Come s’intitolava il tuo racconto? Di cosa parlava?
    Il racconto s’intitola “dizionario_del_diavolo.net”, ed era una satira surreale sulla ‘blogosfera’ e alcuni elementi dello stare sul web 2.0 che volevo evidenziare, riassumibili in “Dio è morto e non è nemmeno trending topic”.
  4. Come hai saputo del gioco/concorso/antologia? Perché hai deciso di partecipare?
    Mi pare di averlo saputo da altri blog che leggevo nel periodo. Sui motivi faccio fatica a rispondere, ho una pessima memoria per le sensazioni e i pensieri passati. Di base credo sia scattata quella molla che mi spinge, rispetto alla scrittura, a non girare in tondo.
  5. Com’è cambiata la Rete rispetto al 2008?
    Una risposta breve suonerà forse superficiale. Tuttavia a voler essere sintetici, è aumentato il peso che hanno i servizi di social networking, soprattutto nella vita quotidiana. Vedi ad esempio Twitter: nel 2008 lo vedevo usare come servizio di microblogging in terza persona, oggi è uno strumento e un ambiente digitale imprescindibile per molte professioni, come il giornalista. Sono cambiate inoltre le abitudini nella connettività: è aumentata la rilevanza dei dispositivi mobili e dei prodotti pensati per questi dispositivi.
    Credo si sia invece conservata pressoché intatta la capacità umana di buttarla in vacca. Poi ci sarebbe il problema – centrale, quando si parla di Rete – della sorveglianza digitale, ma in questa sede vorrei tenere basso il livello di riferimenti a Orwell.
  6. E tu come sei cambiato? Ci racconti qualcosa che hai fatto in questi 7 anni e di cui vai particolarmente fiero?
    Ho perso circa 5 chili di ego, ma la dieta è ancora in corso.
  7. Esiste ancora il tuo blog? Dove ti trovo in Rete?
    No, in effetti, e credo sia uno degli effetti che sortisce in me la scrittura, il blog l’ho chiuso dopo poco che è uscita l’antologia (non proprio una strategia brillantissima), perché era aumentata la percezione della componente narcisistica da cui attingevano le parole scritte. Sebbene scrivere con costanza sia un esercizio fondamentale (è banale il dirlo, non il praticarlo), il contesto ‘blog personale’, alla lunga, finiva per appiattire su dinamiche di superficie aspetti per me essenziali, legati alla profondità e al silenzio: concentrazione, discernimento, scavo e lavoro sulla lingua.
    Ora ho un altro blog, ma lo aggiorno molto raramente, tipo “vabbuò, lo metto sul blog”.
  8. Hai scritto altro?
    Ho un romanzo in uscita a breve – il primo – I giorni della nepente (Effequ), incentrato sulla repressione del sentimento tragico, e quindi dell’empatia, nella società dello spettacolo (per l’ufficio marketing: parla di droga ed è ambientato a Perugia).
    A prescindere da come andrà, sono soddisfatto del lavoro svolto, del percorso che mi ha portato dallo schiccherare un racconto al pensare “mmm, qui si può dire di più”, al confrontarmi con altre persone sulle varie stesure accogliendo critiche, osservazioni, consigli o stroncature, e implementando nelle stesure successive ciò che delle loro parole consonava col mio sguardo, formando quest’ultimo e con lui la sorgente delle parole. Sono soddisfatto di quella vitalità che si libera dentro quando trovo spazio, all’interno di una stesura, per creare ancora più senso: è un’operazione che muove contro i ritmi quotidiani, in cui predomina la tendenza a sentirsi dire – tanto che alla fine uno se lo ripete da solo – che il mondo è fatto così e non ci si può far nulla, che si è nella giungla e chi non lo capisce è fesso. Scrivendo invece impari a vedere spazio dove prima non c’era, e a renderlo manifesto attraverso parole e idee.
    È diventato per me fondamentale poter guardare qualcosa di compiuto e poter pensare il classico “ho fatto del mio meglio coi mezzi che avevo a disposizione”; anche qui è banale il dirlo, non il praticarlo.

Copertina Rien ne va plus