La scorsa settimana ho avuto occasione di confrontarmi con sessanta studenti del primo anno dell’Istituto Superiore Savoia Benincasa di Ancona.
Due professoresse di italiano hanno dato in lettura il mio libro “La collezione Lancourt” ai loro alunni e sono stata invitata a parlarne con loro.
L’incontro è avvenuto all’interno dell’auditorium dell’Istituto.
Vi dico intanto che l’intramontabile tendenza di lasciare le prime file di poltroncine libere è rimasta, non so se per tradizione o scaramanzia.
Dopo la prima domanda sugli esordi della mia scrittura, è stata una discesa di due ore, allegra, piena, e partecipata.
Abbiamo parlato di come nascono le storie, dei personaggi, di quanto tempo sopravvivono dentro un autore dopo la fine di un libro, dell’ispirazione e della disciplina dello scrivere.

Saltando di argomento in argomento, inciampando in qualche aneddoto, siamo arrivati a parlare del lavoro di revisione di un testo, del meraviglioso assortimento della lingua italiana per cercare la tua parola – quella e quella sola – senza il suo sinonimo o quella che più le si avvicina; di come le frasi si cesellino, con le virgole, gli avverbi, fino a trovare l’incastro e il suono giusto.

Sono argomenti che affronto sempre con una tale passione che in qualche modo credo sia stata percepita.
Abbiamo poi parlato di editoria, della grande cura che esiste dietro un libro, perché un testo deve poi trasformarsi di fatto in un prodotto, e ancora di distribuzione e di quanto tutto questo sia diverso dall’editoria a pagamento.

Soltanto alla fine siamo scesi nel dettaglio del mio romanzo, quando il clima era ormai confidenziale. Alcune alunne mi hanno chiesto da dove è nata l’idea di usare un elemento soprannaturale, altre sono entrate nelle vive dinamiche della storia.

Mi fa piacere notare, ora che ne sto scrivendo, che se all’inizio dell’incontro mi prendevano con le pinze, alla fine della chiacchierata mi davano serenamente del “tu”.
In quel contesto tutto sembrava naturale, ovvio, un parliamone libero senza pregiudizi.

Chi poi per timidezza non ha avuto voglia di domandare davanti agli altri e alla fine dell’incontro è venuto da me per farsi autografare la propria copia, in quella circostanza più riservata mi ha rivolto altre domande, con complicità, come fossi una loro compagna di classe che avesse scritto una storia.

Ma la domanda che mi ha davvero fatto ridere (di piacere), è stata quella dell’alunna che mi ha chiesto quale attore avrei immaginato per il personaggio di Gerardo Lancetti, nell’eventualità di un film.
Alla ragazza ho premesso che i gusti sono questioni personali e le nostre età molto diverse, ma non mi sono tirata indietro e sono stata al suo gioco: le ho confessato che Favino sarebbe stato un ottimo candidato.
Ho di fatto concluso la mattinata ridendo con delle giovanissime lettrici.

Ora però, vorrei organizzare io un incontro, ma al contrario.
Arriverei, mi metterei seduta in quarta fila, magari un po’ decentrata, li guarderei tutti. Poi inizierei a chiedere: ma qual è la sensazione di avere davanti l’autrice che ha scritto il libro che avete letto (con piacere o a malincuore)? Ve la immaginavate così? Ma prima di tutto: ve la immaginavate o era piuttosto un’entità astratta? Sareste curiosi di leggere un altro suo libro? O preferireste tirarle addosso questo?