«Se mi abbatti, diventerò più potente di quanto tu possa immaginare».

A dirlo, più che Obi-Wan Kenobi, questa volta sembra George Lucas. Barba bianca per barba bianca, ad affrontarlo in duello un signore oscuro a cui potete dare, volendo, grandi orecchie tonde: trattasi della Disney, la più grande multinazionale dell’intrattenimento audiovisivo mai esistita su questo pianeta. La stessa che, dimostrando notevole acume, negli ultimi anni ha acquisito sia la Marvel (“I supereroi”, nella percezione comune) che Star Wars.

La Disney ha “abbattutto” George Lucas, in senso lato, acquistando la Lucasfilm.

Ma a vedere Rogue One, ciò che salta all’occhio è quanto un piccolo film del 1977, realizzato con pochi soldi e molta inventiva, sia diventato Canone a cui attingere per innumerevoli opere audiovisive – qui, in modo smaccato.

È un bel film, Rogue One? Non ne ho la minima idea.

Perché a parer mio Il Risveglio della Forza, evento mediatico dello scorso Natale, è in linea di massima una pellicola terribile, girata in uno scantinato (tanto green screen e zero senso dello spazio), con una drammaturgia risibile e interi passaggi remixati al primo Guerre Stellari del 1977.

Allo stesso tempo è in assoluto l’operazione migliore che J.J. Abrams (ergo: la produzione con J.J. nel ruolo di regista) poteva fare, a partire dal materiale di partenza, tenendo conto del tempo passato dalla serie originale, della necessità di introdurre un nuovo pubblico, e di infiniti altri fattori. Impeccabile dal punto di vista tecnico, strabiliante da quello commerciale (è Star Wars, diamine, non una merdata come Twilight), insignificante per chi, come me, a quella galassia lontana lontana è legato in maniera profonda.

Quindi Rogue One è una delusione? Per niente. Godibile, simpatico, nerd quanto basta. Anche sintonizzato sul presente, con una Ribellione scissa tra combattenti ed estremisti, tante facce scure e barbute tra le fila da far pensare di trovarsi in Medio Oriente nel 2016, altro che in un film – sì, quella brutta parola lì, quella per cui gli Intellettuali Nostrani hanno le convulsioni – fantasy.

Qualche elemento nuovo di design, protagonisti “sul pezzo”, un paio di sguardi inediti sulla galassia lontana lontana – che è immensa, può trovarci spazio qualsiasi cosa, se hai fatto i compiti – gestione dei tempi narrativi abile ma priva di ansia da prestazione.

Il problema rimane il Modello. Che è un capolavoro, lo Star Wars originale del 1977. Chi lo nega, a questo punto, è stupido o in cattiva fede. Ma un capolavoro con tantissimi limiti, anche tecnici; figlio del suo tempo, espressione di un contesto socioculturale lontano un paio di galassie dal nostro. E potrei andare avanti per ore, citando The Edge degli U2 come chitarrista eccezionale, ma non paragonabile, per dire, a mostri della tecnica come Jimi Hendrix, Joe Satriani, John Petrucci. Ma la perfezione non esiste, esiste solo l’abilità di esaltare i propri pregi, nascondere i propri limiti e trovare un proprio pubblico.

Cosa succede, quando un Capolavoro Imperfetto (questa me la rivendo, giuro) diventa Canone? Senz’altro ciò che (ne) segue (le orme), deve adattarsi, in qualche modo uniformarsi agli stessi limiti del Modello.

A me diverte sempre molto pensare come la Saga abbia dovuto trovare una giustificazione narrativa ai limiti oggettivi del duello tra Obi-Wan e Darth Vader dello Star Wars originale. Uno scontro frontale, con “spade” a due mani, una sequenza di scarsa dinamicità. In tutti gli episodi successivi, i duelli tra Jedi si sono fatti via via più spettacolari; pur essendo, nella maggior parte dei casi, ambientati “prima” quello specifico scontro.

La spiegazione? Obi-Wan era vecchio e “fuori allenamento”, Darth Vader ormai parzialmente robotico e limitato nei suoi movimenti. Ci sta. Ma è una giustificazione “a posteriori”, per coprire una discrepanza.

Con Rogue One, il problema deriva dalla stessa radice. Hai “una galassia intera con cui giocare”, il desiderio sano di farne qualcosa di più di una serie di strizzate d’occhio (Ortolani docet), la possibilità di ritirarti, almeno in parte, dal proscenio e quindi una parziale libertà (I Guardiani della Galassia vs Avengers 2, per intenderci); ma anche vistosi limiti narrativi – “quella” specifica storia da raccontare, con buona pace di Kyle Katarn – e altrettanto grandi aspettative commerciali; forse non grandi quanto Il Risveglio della Forza, ma ci sono.

Il risultato è buono.

Il mio personale gusto avrebbe preferito un vero film.

Non qualcosa che ha “un capo e una coda” esclusivamente all’interno di determinati paletti. E che vorrei davvero sapere che effetto possa fare, a chi non ricorda nel dettaglio il Guerre Stellari del ’77. Certo, come mi ha detto una persona saggia: perché mai dovrebbe vedere Rogue One qualcuno che non ha visto il Guerre Stellari del ’77?

Mi piace credere che ogni “chiusura” di una narrazione a un suo pubblico di riferimento sia una sconfitta per il narratore. Anche se il pubblico di riferimento è grande. Ma potrebbe anche darsi che oggi, l’unica maniera per raccontare nuove storie, sia farlo all’attenzione di un pubblico di riferimento; al di fuori, c’è la desolazione dello Jundland.

E, ripescando Zio George, ho idea che la maggior parte dei fan storici come me che si emozionarono per il finale de La Vendetta dei Sith, lo fecero soprattutto grazie a quelli immagine – i due soli, il deserto, Tatooine – che già era, a suo modo, una strizzata d’occhio. Oppure un modo abile con cui lo storyteller originale non poteva che affidarsi, per una degna chiusa dei prequel, alla riproposizione visiva di ciò che aveva creato, mirabilmente, tre decenni prima.

Se davvero Star Wars è al momento la più celebre e approfondita delle creazioni dell’immaginario contemporaneo (mito, franchise, o che altro), penso che a questo punto la stessa saga meriterebbe una narrazione più contemporanea. Giusto perché, nel frattempo, nelle serie tv si raccontano senza problemi, anzi con notevole realismo e capacità di avvincere, la politica e la criminalità, scenari futuri e apocalissi di quartiere.

Non è detto che non accada.

Sempre in movimento è il futuro.

I nerd salveranno il mondo