Ci sono libri che hanno storie editoriali che sembrano romanzi. Nel nostro piccolo, “Il piano inclinato” può inserirsi in questa categoria.

Avevamo ricevuto il manoscritto di Matteo di Pascale un bel po’ di tempo fa. Era particolarmente curato sia nell’impaginazione sia nella rilegatura. L’incipit, poi, era seducente.
Come succede sempre quando una storia mi colpisce fin dalle prime pagine, l’avevo “trasferito” nello scaffale dove tengo i manoscritti meritevoli di essere letti con calma e attenzione.
Quando avevo ripreso la lettura, ero rimasto un po’ deluso, perché la storia non sembrava mantenere le promesse delle prime pagine e a lungo andare sembrava sfilacciarsi. Ma questo di Pascale sapeva scrivere, eccome se sapeva scrivere!

Contrariamente al solito, il manoscritto non è finito nel cestino ma è rimasto su quello scaffale per chissà quanto tempo. Era come se mi dicesse “magari non oggi, ma un giorno diventerò un Las Vegas!”

Succede poi che Carlotta mi regala un mazzo di carte di Fabula e ritrovo il nome di Matteo di Pascale. Un caso o un segno del destino?
Contatto Matteo, ci vediamo e mi dice che nel frattempo ha continuato a lavorare al romanzo. Gli chiedo di rispedirmelo e – boom! – adesso funziona! Tutto quello che andava ad appesantire la lettura ora magicamente non c’è più. E la storia scorre rapida come nel famoso incipit.

Firmiamo il contratto, e pubblichiamo felici e contenti.

Questa la storia editoriale.

Ma perché abbiamo deciso di pubblicare Il piano inclinato?

Del fatto che sia scritto benissimo ho già detto. C’è di più, ovviamente.

C’è una storia che come vuole ormai la consuetudine di Las Vegas ci presenta un punto di vista diverso sulle cose (e in questo caso sulla società attuale, sulla crisi, sui cervelli in fuga dall’Italia).

C’è un protagonista complesso, profondamente insoddisfatto, a caccia di qualcosa che forse nemmeno lui sa cosa sia.

Copertina Il piano inclinato di Matteo di Pascale

C’è il racconto di una generazione di expat, di ragazzi che decidono di andare a cercare fortuna all’estero e si confrontano con un mondo sempre più multiculturale, che ci sembra un piccolo villaggio ma in cui è più facile smarrirsi e non capirsi.

Ci sono dei personaggi che parlano lingue diverse, arrivano da realtà diversissime e provano a comunicare a volte a parole e a volte in maniera più immediata, con il linguaggio del corpo.

Una storia modernissima con un messaggio antico: perché alla fine, come scriveva Orazio, “Caelum non animum mutant qui trans mare currunt”.

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