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La bambina di un milione di anni

di Lorenzo Vargas
“Non si scuote la testa di fronte alla Morte per milioni di anni senza aver imparato qualcosa.”

A Montebasso, un letargico paesino di tremila anime, vivono sotto copertura due entità antichissime, incarnazioni dell’Ordine e della Distruzione: l’Eroe e il Necromante.
Il primo ha l’aspetto di Gabriela, una bambina di otto anni con lunghi boccoli da bambola e lo sguardo vecchio di millenni; il secondo veste i panni di Neri, il tetro e allampanato guardiano del cimitero del paese. Passano le giornate come due pensionati, ricordando nostalgici i tempi andati e facendo di tutto per mantenere segreta la propria identità. Oltre a loro, l’ignara Montebasso ospita anche una comunità di migranti arroccati nel centro storico semidistrutto da un terremoto e impazienti di fuggire altrove. E gli autoctoni ben sistemati nella città nuova appena fuori le mura non vedono l’ora di riprendersi ciò che avevano abbandonato già da tempo.
Nel paesino dove non succede mai niente sarà la commistione di questi elementi a far esplodere una polveriera umana senza precedenti.

Pagine: 156
Formato cartaceo: 15 x 21
Formato ebook: epub senza DRM
Uscita: marzo 2020
Isbn cartaceo: 9788831260022
Isbn ebook: 9788831260039

COD: 25779 Categorie: ,
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Lorenzo Vargas

Lorenzo Vargas

Autore di La bambina di un milione di anni

Lorenzo Vargas è nato a Roma nel 1991 e vive a Macerata. Dopo essere stato finalista al talent di Rai3 “Masterpiece”, ha esordito con “Pierre non esiste” (Bompiani, 2015). Per Las Vegas ha pubblicato “Una più del Diavolo” (2017) e “La bambina di un milione di anni” (2020).

Primo capitolo

1

L’atmosfera più adatta ai cimiteri è un cielo garbatamente annuvolato, temperatura fresca e poco vento. In scenari luttuosi, un sole vivace rischia di risultare inopportuno: il caldo renderebbe difficile portare la divisa del cordoglio e, in linea di massima, è sempre meglio poter piangere i propri cari senza doversi preoccupare delle correnti d’aria che bastonano il naso con generose manciate di polline votivo.
Quel giorno, al cimitero di Montebasso, c’era un tempo inopportuno.
Il sole batteva gioioso sulle lapidi che riassumevano gli ultimi centocinquanta anni del paese: una sequela disordinata di nomi e date di nascita, morte, di epitaffi più o meno ispirati e tombe monumentali di chi aveva preferito affidare all’architettura il ricordo della propria importanza. Il profumo chiassoso di centinaia di fiori ribadiva il principale passatempo praticato nel camposanto: la decomposizione.
La struttura ricopriva un cospicuo appezzamento di terreno poco fuori Montebasso Nuova, un affastellamento di villette a schiera ritmate da centri commerciali, scuole e servizi in una grottesca parodia dei suburbs americani. Il centro storico (posizionato tra il cimitero e il paese nuovo in progressione quasi simbolica) era stato completamente disertato anni prima per via di un terremoto e i pochi palazzotti ancora agibili erano occupati da immigrati in sistemazioni di variabile legalità.
Il cimitero monumentale di Montebasso era circondato da una cancellata in ferro battuto che faceva il verso al perimetro di cipressi all’interno. Gli alberi mantenevano il camposanto in una costante penombra, fatta eccezione per le ore pomeridiane.
Quel giorno nessuno sembrava avere voglia di piangere i propri morti o comprarne l’attenzione con offerte floreali. Nessuno, a parte un uomo lungo ed emaciato, la cui pelle sembrava non aver mai goduto delle carezze del giorno.
Con vigorosi colpi di badile dissotterrava un cadavere.