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Librerie amiche

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di Alessandro Barbaglia, Sabrina Bordignon, Marino Buzzi, Aurelia Calì, Marco De Matteis, Alessio Fasano, Laura Fedigatti, Davide Franchetto, Laura Gandolfi, Angelo Orlando Meloni, Francesca Mogavero, Marco Mogetta, Davide Piras, Alan Poloni, Loriana Ursich.

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Storie di libri raccontate dai librai

Sei in libreria, improvvisamente le luci si spengono e le serrande si abbassano. E tu rimani bloccato dentro.
Oppure hai una libreria che sta per chiudere per sempre e ti aspetta un’ultima consegna. Il cliente è un androide appassionato di vecchi romanzi.
Oppure la tua famiglia acquista una libreria, che però è infestata dal fantasma dispettoso del proprietario precedente.

Qui sono raccolte storie di libri e lettori, spesso di librerie e librai.
Ad aver scritto questi racconti sono proprio le libraie e i librai.
Sull’argomento che conoscono meglio: i libri.

Abbiamo chiesto ai librai di tutta Italia di scrivere un racconto sul tema dei libri.
Quelli che trovate in questa antologia sono i racconti migliori tra quelli che abbiamo ricevuto, da Trieste a Siracusa.
Alessandro Barbaglia, Sabrina Bordignon, Marino Buzzi, Aurelia Calì, Marco De Matteis, Alessio Fasano, Laura Fedigatti, Davide Franchetto, Laura Gandolfi, Angelo Orlando Meloni, Francesca Mogavero, Marco Mogetta, Davide Piras, Alan Poloni, Loriana Ursich.

Pagine: 141
Formato cartaceo: 15 x 21
Formato ebook: epub senza DRM
Uscita: luglio 2022
Isbn cartaceo: 9788831260183
Isbn ebook: 9788831260190

COD: 9788831260183 Categorie: , Tag: , , , , ,

Il primo racconto

Istruzioni per l’uso del vento

Uno

Quindici per venti. Alto tre o quattro. È difficile dirlo con precisione, perché i libri non si misurano davvero in centimetri e poi perché più lo apro e chiudo, più il dorso scricchiola, più qualcosa cresce. Come un polmone, respira. Aggiunge volume al volume.
Lo giro, lo rigiro tra le dita. È un rettangolo spesso, un parallelepipedo magenta.
Ho impiegato un po’ di tempo a capire che libro è. E per un po’ di tempo, intendo una vita.
Un libro.

E adesso però non siamo qui. Nessuno di noi è qui. Adesso questo libro non c’è, adesso non ci sono queste parole, questa carta, queste dita – le mie – che ci scorrono su un poco goffe. Il futuro è solo il presente che invecchia, ma adesso il tempo è troppo giovane. Non c’è niente.

Adesso è il 1984; io ho quattro anni, e l’ombra che vedo, quella che sembra una collina, è la schiena di un uomo che ha la mia età. La mia età di oggi, ovviamente, oggi mentre scrivo, insomma, quaranta. Ha quarant’anni, io quattro.
Ha un maglione fatto di tante variazioni di viola e dalle dita, dalle punte dei polpastrelli, gli esce un rumore tipo mitraglietta. O meglio: tipo la bocca di un bimbo che imita la voce di una mitraglietta.

Intorno a lui c’è la nostra casa al lago e fuori dalla finestra, fuori da quella finestra che non sta guardando, infatti c’è il lago. D’Orta. Con la sua isola al centro, le montagne e tutto il resto. Un po’ di neve, in cima al Mottarone; l’inverno era sbadato in quegli anni, ne lasciava sempre indietro un mantello, fino a primavera.

L’uomo che scrive è mio padre. Lo fa da qualche giorno. Mi ha detto di non disturbare. Di più, mi ha detto che finché starà lì a scrivere io posso fare tutto. Tranne disturbarlo. Perché è importante. È la cosa più importante di tutte.
Posso fare tutto, ho quattro anni, mi piace guardarlo senza fare niente. Entrare nella sua stanza senza fare rumore, scivolargli alle spalle, guardare la schiena, grande, capire che c’è e che non c’è, che è lì ed è altrove. Scrive. Un libro. Mi piace vederglielo fare.
E non dico nulla. Aspetto. Non fiato nemmeno. Nemmeno un sospiro. Lo guardo e sento solo quel rumore.
Lo ascolto. A pensarci oggi è quasi bello. (Lo senti?) Dita che danzano sui tasti tondi. Ta ta ta ta. Un tà più acuto. È la sbarra spaziatrice. E poi ta ta ta. E tà. E ta ta ta. Conoscessi la voce dei tasti, non sarebbe quello un sentirli cantare? Ta ta ta. Tà. O ballare? Ta ta.
A un certo punto si ferma, raddrizza la schiena sullo schienale della sedia, si stropiccia gli occhi sotto gli occhiali che non toglie neppure.
Si volta verso di me. Non so come abbia fatto, ma in qualche modo mi ha sentito.
Sobbalzo.
«Hai finito?» chiedo spaventato.
Oscilla solo la testa. Poi dice «No.»
Ci sono no che sono duri di noce, no di spigoli e lame se li pronunciano i padri. No che sanno di crepe, crepe che restano in ciò che i figli costruiscono. Ma questo no non lo è.
«No» ripete «ma non importa.» E con le dita che prima finivano in tasti, scrive qualcosa che io leggo carezza.
«Andiamo a seminare un po’ di prato?» dice.
E lo dice sorridendo.

In giardino, nel nostro giardino, il prato non prendeva mai tanto bene.
L’erba spuntava a chiazze, sembrava una barbetta di capra.
Ricordo la sua mano grande che prende la mia. Calda, liscia. Forte. La mia minuscola, invece.
Qualcosa però mi preoccupa. So tante cose di lui. Molte sono paure. Tipo quella cosa che ha detto. Che più importante di tutto è quel libro. Che non lo devo disturbare. Che deve finirlo.

«Papà però il libro?» guardo per terra, sento tendersi muscoli che non sapevo fossero rilassati.
«Se andiamo a seminare il prato, quando finisci di scrivere il libro?»
«Quando il prato sarà pronto» disse.

Ed è qui che dice quell’altra cosa. Quella cosa che se non l’avesse detta mai, chissà che ne sarebbe stato di me. (Un libro. Quindici per venti. Alto tre o quattro).
«Non preoccuparti troppo per il futuro perché lui, il futuro, arriverà comunque. È l’unica cosa che sa fare.»
È l’unica cosa che sa fare.
Nella tasca aveva un sacchetto. In quel sacchetto c’erano semi. Il prato gli uscì dalle mani. Come qualcosa che si lancia.

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