Alla corte del Re Cremisi

di Hector Luis Belial / Elia Gonella
Una storia piena di incubi e organi sintetici.

Ermete Roma corre; è quello che ha sempre fatto: prima come maratoneta, ora come globetrotter per una compagnia multinazionale, la Human+. Si tratta di un’azienda controversa, ma di successo: produce organi sintetici low-cost, distribuiti in una rete internazionale di ipermercati per famiglie. Ermete vive a Helsinki con la moglie Karin, ha un appartamento con vista sul mare, una carriera avviata. Come “ispettore di qualità”, Ermete visita i negozi Human+, sparsi in una quarantina di paesi del mondo, valutandone i parametri di sicurezza e la qualità della gestione. I giorni del carcere sembrano lontani. Eppure gli incubi continuano; incubi talmente allucinanti da fargli dubitare della propria salute mentale. Ermete non è entusiasta del nuovo incarico che gli è stato assegnato: ispezionare il nuovo negozio di Milano, tornare in Italia dopo cinque anni. Ma Ermete non sa ancora fino a che punto sarà costretto a fare i conti col proprio passato; non immagina che correre, questa volta, non gli servirà a niente.

Pagine: 141
Formato cartaceo: 13 x 19
Formato ebook: epub senza DRM
Uscita: aprile 2011
Isbn cartaceo: 9788895744186
Isbn ebook: 9788895744971

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Elia Gonella

Elia Gonella

Autore di Tenebre

Elia Gonella è nato nel 1987 ad Arzignano (VI), vive a Milano, e ha pubblicato (col suo nome e con lo pseudonimo Hector Luis Belial) i romanzi “Saxophone Street Blues” (Las Vegas edizioni, 2008), “Making Movies” (Las Vegas edizioni, 2009), ora riproposto in una nuova edizione, “Alla corte del Re Cremisi” (Las Vegas edizioni, 2011), “Tenebre” (Las Vegas edizioni, 2018). Lavora come sceneggiatore per il cinema e la televisione.

Primo capitolo

Uno.

L’isola era stata una fortezza, un carcere, un parco naturale. Quel giorno fu un party aziendale, il più grande nella storia della Finlandia. Settecento invitati: azionisti, dirigenti, dipendenti; schiere di vecchi frac, brutte cravatte, lunghi abiti da sera. Scendevano da motoscafi, yacht privati, traghetti di spola da Helsinki, ogni mezz’ora. Il molo alle spalle, sfilavano in colonna, aggrappati alle mogli; arrancavano sui sentieri di ghiaia, attraverso i prati e le collinette verdeggianti, piegati sotto il vento costante, il palmo spalancato sul cappello a cilindro; camminavano, i tacchi a spillo già orlati di fango, verso il grande tendone arancione, decorato con una croce bianca, sotto il cielo di piombo. Nonostante la pioggerellina, alcuni si voltarono sulla soglia, a guardare l’uomo che si faceva largo tra gli astanti, si allontanava a fronte alta, a pugni stretti, quasi correndo, su per la china di una collina. Alto, atletico, olivastro, indossava un abito da lavoro nero, di taglio semplice, e un paio di Adidas con le strisce bianche.
«È Ermete Roma!» disse un grassone dai capelli rossi, quasi ridendo. Ma gli ospiti non lo conoscevano; passarono oltre, vennero inghiottiti, uno a uno, dall’immensità musicale del tendone. Vecchi lisci finlandesi, musica da titoli di coda per film di Kaurismäki.
Ermete Roma si fermò sulla cima del colle. Si guardò intorno. Bandiere arancioni lungo la spiaggia; la scritta: “Human+: 1949-2009”; il vento aveva già iniziato a lacerarle. Finalmente si voltò verso il tendone; la donna grassa, stretta in un abito-bomboniera, lo stava ancora inseguendo, e ora ansimava sulla china del colle.
«Non è colpa mia» le urlò Ermete «se le ispezioni sono sempre e comunque programmate.» Parlava un finlandese fluente. «Io faccio soltanto il mio lavoro.» Voltò di nuovo le spalle alla donna. Il mare, grigio e spumeggiante, era steso ai suoi piedi. La città di Helsinki era così vicina che si potevano distinguere le bancarelle sulla piazza del mercato, davanti al molo.
La donna camminava tenendo sollevata la gonna con mani mastodontiche. Pesava un centinaio di chili, aveva sopracciglia corvine e minacciose, e una vocetta stranamente stridula. «Nel tuo rapporto da Madrid hai dato cinque stelle alla sicurezza del magazzino di Alcorcon…»
«Cinque stelle significa perfetto ordine» ribatté Ermete senza voltarsi «e il magazzino era in perfetto ordine, quando ho compilato il mio rapporto.»
«Ieri non lo era. Altrimenti non avremmo avuto l’incidente. Un magazziniere è quasi morto, lo sai?»
«La cosa non mi riguarda!» disse Ermete. «Io compilo il rapporto in base a quello che vedo. Il magazzino è in ordine? Cinque stelle. Il magazzino è un casino? Una stella. Il magazzino è un casino per trecentosessantaquattro giorni l’anno? Viene riordinato solo il giorno dell’ispezione programmata? Io non lo so, non lo posso sapere. E francamente, non me ne frega niente.»
La donna esplose. «Non ti interessa di essere licenziato? Perché è questo che succederà, con un altro errore del genere.»
Ermete si voltò verso la donna e guardò oltre la sua spalla. «Ne riparliamo più tardi. Sta arrivando mia moglie.» Lasciò la donna vestita di bianco a scuotere la testa e affondare le unghie nei pugni; ai piedi della collina Karin, sua moglie, stava gesticolando per attirare la sua attenzione. Karin. Occhi di ghiaccio, capelli dorati, pelle chiara, non pallida, però. Portava il pancione di otto mesi stretto in un tubino rosso con la stessa disinvoltura con la quale avrebbe indossato una borsetta fucsia, o un paio di vecchie scarpe da tennis di tela. Come Ermete, non dimostrava più di trent’anni.