Come belve feroci

Giuse Alemanno

A Oppido Messapico, nella Puglia più profonda, Costantino Ròchira e i suoi scagnozzi hanno deciso di massacrare la famiglia Sarmenta. C’entrano questioni economiche, e c’entra la ’ndrangheta. Ma il piano riesce solo a metà. Per una fortunata coincidenza riesce a salvarsi il figlio dei Sarmenta, Massimo detto Mattanza, un ragazzo problematico e ferocissimo, e così pure la fanno franca i suoi zii e suo cugino Santo. Tutti insieme lasciano il paese a bordo di una Fiat Regata, ma non prima di aver ritirato tutti i soldi di famiglia e di aver inscenato la propria sparizione. Il lungo viaggio li porta in Val Camonica, dove vengono accolti da un vecchio amico e compaesano, Giovanni Argento, e dove Santo e Mattanza cominciano a progettare la loro vendetta…

“Come belve feroci” è un romanzo crudo, dalle venature hard-core, che non risparmia niente e nessuno, che somiglia a un film di Tarantino raccontato però dalla penna di Verga.

Dettagli

Pagine: 321
Formato cartaceo: 15 x 21
Formato ebook: epub senza DRM
Prima edizione: ottobre 2018
Seconda edizione: febbraio 2022
Isbn cartaceo: 9788831260152
Isbn ebook: 9788895744544

Foto di Giuse Alemanno

Giuse Alemanno è nato nel 1962 a Copertino (LE) e vive tra Taranto, Martina Franca e Manduria. Ha pubblicato diversi libri, tra cui il romanzo Terra Nera (Stampa Alternativa, 2005), i due romanzi su Don Fefé e Ciccillo, due testi sull’Ilva di Taranto. Come belve feroci è il primo capitolo della saga dei Sarmenta, a cui fanno seguito Mattanza (Las Vegas edizioni, 2019) e Nero finale (Las Vegas edizioni, 2022).

Un'anima può corrompersi solo se possiede i presupposti per marcire.

L'incipit di Come belve feroci

Prima parte

Le martellate furono guida.

Paolo Sarmenta seguì la traccia sonora per trovare suo figlio Massimo, rimasto sordo ai richiami per il pranzo della domenica. I tonfi cadenzati lo portarono a oltrepassare il piazzale della masseria, il ricovero delle pecore, la tettoia sotto la quale c’era la gabbia delle galline e l’orto circondato dagli arbusti di rosmarino, sempre chiamando – esasperato – chi mai rispondeva.
Infine lo vide, imboccando il sentiero che portava alle vigne: era intento a inchiodare qualcosa a un albero di eucalipto, silenzioso, serio e concentrato a suo costume, come da sempre evidenziavano i professori ai colloqui scolastici anche di quell’anno, l’ultimo del liceo. La rabbia figlia delle mancate risposte scemò davanti alla curiosità di cosa Massimo combinasse. Paolo deviò la sua direzione di marcia fino a che non poté scoprire, non visto, cosa Massimo stesse inchiodando.
La gallina dall’orbita sfondata da un chiodo di dieci centimetri ancora sbatteva contro la corteccia dell’eucalipto in un frullio di piume e sangue. Accanto a essa, in fila ordinata, lucertole sventrate messe a seccare e due rospi dalle interiora pendenti.
Il sole spietato di Oppido Messapico fu testimone della rabbia stupita di Paolo Sarmenta. Corse verso quel figlio quasi maggiorenne, gli strappò il martello di mano infilandoselo nella cintura dei pantaloni, gli affibbiò uno schiaffone in viso, lo prese per i capelli e – ora tirandolo, ora spingendolo – lo trascinò verso la masseria. Avvicinandosi non faceva che ripetere, gridando ferito al punto che le lacrime salate gli arrivavano in gola: «Enza, Enza, lo ha fatto di nuovo, lo ha fatto di nuovo.»
Da Massimo nessuna reazione.
Vittorio Sarmenta si preparò a uscire, spingendo a mano la sua Ape Car fuori dal garage adiacente al deposito carburanti, che fungeva anche da officina di pronto intervento, della sua masseria.
«Papà, mi porti con te?»
«No, Santo. Niente caccia. Devo passare prima dallo zio Paolo, ché è domenica, e poi mi devo fare un giro prima che mangiamo, ché se vedo la volpe che si è fottute le galline nostre le racconto una cosa all’orecchio.»
La carezza al fucile che portava a spalla dettagliava la natura delle parole che Vittorio avrebbe voluto confidare alla volpe.
«E dài, portami papà… oggi non c’è scuola e posso stare un poco con Massimo. Così, quando ti sbrighi, passi dagli zii, mi prendi e torniamo a casa!»
«Lascia stare, Santo. Non è cosa. E poi… stai tutti i santi giorni con Massimo! Non è che mi diventi strano come lui, no? Poi dagli zii andiamo con la mamma, non mi piace che rimane sola qua in campagna. Almeno con te tiene una voce.»
«Vabbè, però poi da Massimo andiamo veramente, sa?»
«Promesso.»
Vittorio Sarmenta infilò il sovrapposto Beretta nella cabina dell’Ape Car, contorcendosi entrò anche lui, mise in moto e partì verso la masseria del fratello.

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