Mattanza

di Giuse Alemanno
Nessun essere umano sa resistere alle sollecitazioni dell’odio.

I cugini Santo e Massimo Sarmenta lasciano il loro nascondiglio in Val Camonica. Con una scia di morti ammazzati alle spalle e una montagna di soldi in contanti a disposizione, si apprestano a iniziare un nuovo capitolo della loro vita a Milano. Grazie al prof. Ciro Barrese, il dottor Santo Sarmenta va a prestare servizio nella clinica Santissima Maria Celeste. Massimo, detto “Mattanza” per le note caratteristiche, si organizza per ritornare a Oppido Messapico e finire quello che i due cugini sognano da anni: vendicarsi di Costantino Ròchira e di tutti quelli che hanno collaborato allo sterminio della famiglia Sarmenta. Non ci sarà pietà per nessuno di loro.
Ma tutto si complica: Santo scopre che la clinica del prof. Barrese nasconde orribili traffici illeciti, che le lunghe braccia della ’ndrangheta arrivano ovunque, e che Ròchira è soltanto un burattino nelle mani di personaggi che stanno in alto, ma molto in alto…
Dopo “Come belve feroci”, Giuse Alemanno conclude (o forse no) l’epopea sanguinaria e crudele di due cugini così diversi e in fondo così uguali, protagonisti di una storia che nessun lettore potrà dimenticare.

Pagine: 350
Formato cartaceo: 15 x 21 cm
Formato ebook: epub senza DRM
Uscita: novembre 2019
Isbn cartaceo: 9788831260008
Isbn ebook: 9788831260015

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Giuse Alemanno

Giuse Alemanno

autore di Mattanza

Giuse Alemanno è nato nel 1962 a Copertino (LE) e vive tra Taranto e Manduria. Ha pubblicato diversi libri, tra cui il romanzo “Terra Nera” (Stampa Alternativa, 2005), i due romanzi su Don Fefé e Ciccillo e due testi sull’Ilva di Taranto.
Per Las Vegas edizioni ha pubblicato “Come belve feroci” e il seguito “Mattanza”.

Primo capitolo

Prima parte

Gli insetti volanti sbattono contro i vetri perché non capiscono
che tra loro e la libertà c’è una trasparenza invalicabile.

Nino Inno non ci capiva più niente. Una vita impiegata all’inseguimento del potere, del denaro e del consolidamento dell’autorità della famiglia – fino al raggiungimento del risultato simbolico e materialissimo insieme: la clinica Madonna del Rosario a Sant’Agata sullo Jonio – messa in difficoltà da un rimpasto della Giunta regionale calabrese.
Grazie all’indagine di certi sbirri cornuti erano emersi alcuni fenomeni corruttivi nella sanità calabrese. Ore e ore di intercettazioni e una massa di riscontri oggettivi inchiodavano alle sue responsabilità quell’assessore alla Sanità che tanto si era speso per convenzionare la clinica Madonna del Rosario al Servizio sanitario regionale. Insieme a lui erano stati trascinati nel torbido anche il direttore generale dell’Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro e due suoi uomini di fiducia: il direttore amministrativo e il direttore sanitario.
Tutti costretti a dimissioni.
Il presidente della Regione Calabria, pena lo scioglimento anticipato della sua giunta, dovette nominare d’urgenza un altro assessore alla Sanità e – sottoposto alle luci moralizzanti della ribalta mediatica – fu obbligato a designare un galantuomo onesto e competente.
E per Nino Inno furono cazzi.
Si rivolse al senatore brillante che da sempre prendeva i voti della famiglia, quello che stava bene con il sottosegretario alla Sanità, ma costui si esibì nel famoso “passo d’artista”: una piccola marcia indietro buona a evitare le noie che le contingenze portano con sé.
Quando a Nino Inno arrivò la notizia del primo taglio dei fondi regionali stanziati a favore della sua clinica, avrebbe voluto dare la testa contro il muro. Valutò l’ipotesi di far saltare, con un’autobomba, il palazzo del Dipartimento Tutela della Salute e Sanità di Catanzaro, ma il buon senso lo portò a desistere: le conseguenze avrebbero certo aumentato le difficoltà già presenti.
Nino Inno aveva diversificato le fonti dei propri introiti, aveva investito nella liceità della clinica i soldi fatti con i mali mestieri della ’ndrangheta, perché aveva capito che l’Italia stava cambiando. Un coglione di assessore regionale alla Sanità che si faceva intercettare dagli sbirri era un infortunio che avrebbe dovuto prevedere e che bisognava ammortizzare.
E le bombe non erano adatte a tale scopo.
Meglio gli amici. Solo uno non aveva deluso mai Nino Inno: Ciro Barrese.
Ne avrebbe parlato a Lidia e a sua figlia Anna Maria, che ormai dirigeva la clinica: per la Madonna del Rosario si apprestava un periodo di purgatorio. Bisognava difendersi e lottare. Solo se le complicazioni fossero davvero diventate insostenibili si sarebbe fatto ricorso all’aiuto del professor Ciro Barrese.
Ora, per gli Inno, era tempo di resistenza.

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