Il destino attende a Canyon Apache

di Laura Costantini e Loredana Falcone
Il ritorno del western, tra guerre, amori e praterie.

È il 1870 e la giovane Kerry Roderyck, abituata al lusso e ai privilegi ma a cui la Guerra di Secessione ha tolto tutto, è in viaggio per lande desolate e praterie sconfinate: un uomo che disprezza la aspetta per fare di lei sua moglie. Shenandoah, la giovane squaw dai grandi poteri, è in attesa di scorgere una visione sul futuro della sua tribù, ma anche sul passato e su ciò che la differenzia dalla sua gente. Le loro piste sono destinate a incrociarsi e allacciarsi, e con esse quelle di David “Coda che Suona”, l’amico degli indiani, e di Daniel “Occhi d’Inverno”, lo spietato assassino di pellerossa. Mentre la guerra tra bianchi e rossi incombe, le vite dei protagonisti, così diverse e lontane tra loro, finiranno per unirsi e cambiare profondamente e dolorosamente.

Pagine: 326
Formato cartaceo: 13 x 19
Formato ebook: epub senza DRM
Uscita: novembre 2012
Isbn cartaceo: 9788895744247
Isbn ebook: 9788895744797

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Laura Costantini e Loredana Falcone

Laura Costantini e Loredana Falcone

Autrici di Il destino attende a Canyon Apache

Laura Costantini è nata a Roma nel 1963. Giornalista prima per la carta stampata e oggi per la Rai.

Loredana Falcone, 1963, è una romana doc da generazioni, nata e cresciuta a Trastevere.

Hanno scritto a quattro mani e pubblicato molti romanzi tra cui “Le colpe dei padri” (Historica Edizioni, 2008), “Viole(n)t red” (Bietti Media, 2009), “Fiume pagano” (Historica Edizioni, 2010), “Carne innocente” (Historica Edizioni, 2012), “Il destino attende a Canyon Apache” (Las Vegas Edizioni, 2012), “Il puzzle di Dio” (goWare e-book, 2014), “Ricardo y Carolina” (goWare e-book, 2015).

Primo capitolo

Adorata Kerry,
sarò immensamente felice di avervi al mio fianco. La vostra sola presenza renderà questo forte dimenticato da Dio il più adorabile dei luoghi. Siete una donna molto coraggiosa e ancora non so capacitarmi di come Voi, abituata agli agi della vita cittadina nella nostra splendida Richmond, abbiate accettato di unire la Vostra vita alla mia e di raggiungermi in questo territorio selvaggio…

Il foglio sul quale quelle parole erano state vergate era gualcito, così come il ritratto che il tenente di cavalleria Reginald H. Lowie aveva allegato a quella lettera, più di quattro mesi prima. Kerry distolse lo sguardo dal dagherrotipo della faccia cosparsa di efelidi che non riusciva ad apparire marziale, e lo lasciò vagare sul panorama. Si era messa in viaggio da più di un mese e la meta era vicina. La diligenza che sobbalzava sul tracciato del Santa Fe Trail era diretta a Fort Union e i due postiglioni avevano assicurato che vi sarebbero giunti in un paio di giorni. Kerry chiuse gli occhi su quella distesa di colline verdi di salvia selvatica e azzurre per i fiori dell’indigo bush e si lasciò andare contro il rigido schienale.

…non so capacitarmi di come Voi, abituata agli agi della vita cittadina…

Conosceva a memoria ogni parola. E lei stessa non riusciva a capacitarsi di come la sua vita potesse essere cambiata fino a quel punto. Era nata ricca, figlia di uno dei più facoltosi proprietari terrieri della Virginia. Era cresciuta con una tata europea e due cameriere negre. Aveva avuto vestiti, carrozze, cavalli, gioielli. Aveva studiato e acquisito una cultura che era ben al di sopra della media delle sue coetanee in Virginia. Suo padre la chiamava “principessa” e lei si era convinta di esserlo; di poter pretendere tutto dalla vita, a cominciare da un matrimonio d’amore con un uomo bello, ricco, degno di lei. Poi a distruggere i suoi sogni era arrivata la Guerra Civile. Quando era cominciata, lei era una ragazzina ricca e viziata. Quando era finita, Kerry aveva pensato di aver esaurito tutte le sue lacrime. La tata europea era fuggita, la servitù di colore era stata liberata, la bella casa di Richmond era persa, come pure le piantagioni. I suoi genitori erano morti. Suo padre si era tirato un colpo alla tempia, sua madre disperata per averlo perso si era lasciata morire. E lei era rimasta sola, affidata alla famiglia di uno zio materno.
Erano passati cinque anni da allora e Kerry aveva dovuto ricredersi sulla propria capacità di piangere. Anche in quel momento, mentre il sole percuoteva la vasta pianura ai piedi delle Sangre de Cristo Mountains, dovette fare uno sforzo perché le lacrime non sgorgassero. Gli altri passeggeri non se ne sarebbero accorti, spossati dal caldo e dagli scossoni del viaggio, ma si era ripromessa di non piangere più e di accettare ciò che il destino aveva in serbo per lei.
Era stato suo zio, preoccupato per quella bocca in più da sfamare, a trovarle un marito che si accontentasse di prenderla per quello che era: una donna senza dote che aveva già compiuto vent’anni. Non era importante che conoscesse il francese, che sapesse suonare il piano, dipingere acquerelli e ricamare. Non contava che sarebbe stata in grado di dirigere la servitù di una grande casa, di allestire un impeccabile ricevimento, di non far sfigurare il proprio marito. Non contava neanche che avesse la pelle candida e morbida e capelli come matasse di seta scura. Suo zio l’aveva ceduta al primo disposto a prendersela. Reginald adesso vestiva la divisa blu dell’esercito, ma era nato a Richmond e Kerry lo rammentava: un ragazzotto grasso che dava una mano nei magazzini della piantagione, che giocava volentieri con i negri e che per questo era lo zimbello di tutti. A questo era servita la Guerra Civile, a ribaltare il mondo: quelli che erano stati servi, ora erano padroni. E chi un tempo era una “principessa”, attraversava lande desolate per andare a consegnarsi a un uomo che non conosceva, non stimava e non amava, ma al quale doveva essere grata.