Viva Las Vegas

di AA.VV. (a cura di Andrea Malabaila)
Quindici racconti per festeggiare la nascita di Las Vegas.
In offerta!

Las Vegas, si sa, non dorme mai. Ma oggi nella città del peccato, nell’unico posto al mondo in cui tutto è possibile, nessuno fa caso ai tavoli verdi, alle palline delle roulette, ai jackpot delle slot machine, o ai pali per la lap-dance. Tutta l’attenzione è concentrata su 15 scrittori giovani e forti che si ritrovano qui per l’inaugurazione della casa editrice più cool della galassia. Puntare su di loro non è un azzardo. Racconti di Ivano Bariani, Giuseppe Bottero, Dario Buzzolan, Marco Candida, Gabriele Dadati, Danilo Deninotti, Giorgio Fontana, Chiara Gamberale, Elisa Genghini, Michele Governatori, Christian Mascheroni, Carlo Melina, Gianluca Mercadante, Gianluca Morozzi, Alessio Romano.

Pagine: 186
Formato cartaceo: 13 x 19
Formato ebook: epub senza DRM
Uscita: gennaio 2008
Isbn cartaceo: 9788895744001
Isbn ebook: 9788895744865

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Andrea Malabaila

Andrea Malabaila

Fondatore di Las Vegas edizioni

Andrea Malabaila è nato a Torino nel 1977. Ha pubblicato il primo romanzo a ventitré anni e da allora il vizio della scrittura non l’ha più abbandonato. Fino a qui i romanzi sono sei: “Quelli di Goldrake” (Di Salvo, 2000), “Bambole cattive a Green Park” (Marsilio, 2003), “L’amore ci farà a pezzi” (Azimut, 2009), “Revolver” (BookSalad, 2013), “La parte sbagliata del paradiso” (Fernandel, 2014),  “Green Park Serenade” (Pendragon, 2016) e “La vita sessuale delle sirene” (Clown Bianco, 2018). Nel 2007 ha fondato Las Vegas edizioni, per cui ha anche curato “Viva Las Vegas” (2008) e “Prendi la DeLorean e scappa” (2015).
Insegna Scrittura Creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Torino.

Primo capitolo

Irresistibile (di Dario Buzzolan)

Scesero dal bus e si incamminarono seri, decisi, come se avessero un compito cruciale da portare a termine. Eppure erano solo due ragazzini, vestiti con enormi jeans laceri e scarpe da ginnastica piene di colori.
Perché avessero scelto proprio piazza Montecitorio, forse non lo sapevano neppure loro. Gli era venuta quell’idea, e basta. Avevano deciso di non andare a scuola e si erano procurati un pallone. Niente di particolare, un pallone di gomma bianco e nero, leggerissimo, di quelli che basta un fiato e cambiano mille volte traiettoria. Ma che importava, sarebbe andato benissimo.
Arrivarono sulla piazza e superarono le transenne. Si muovevano con la massima naturalezza, come se fossero su una spiaggia di Ostia o in uno spiazzo erboso nel parco del Pineto. Come se quello non fosse il centro di Roma. Come se davanti a loro non sorgesse l’imponente facciata del palazzo del Parlamento.
Non dissero nulla. Soltanto, attesero che una lunga carovana di turisti giapponesi sfilasse via dalla piazza scattando decine di fotografie. Poi, senza alcun preavviso, cominciarono a giocare.
Stavano a una ventina di metri di distanza uno dall’altro, e si passavano il pallone cercando di evitare che toccasse terra. Sempre di prima. Anche con una certa dose di finezze: colpi di tacco, mezze rovesciate, palle a effetto.
Si fermarono un paio di curiosi; ma tutto sommato nessuno faceva granché attenzione ai due ragazzini. E loro continuavano il loro palleggio, con metodo.
Finché, dal fondo della piazza, il brigadiere Macrì non perse la pazienza.
Il brigadiere Macrì era un carabiniere di grande esperienza e sani principi. Veniva da un piccolo paese della Sicilia ed era fiero di servire lo Stato. Quel giorno era di servizio al Parlamento, e quando aveva visto i ragazzini calciare il pallone aveva deciso di chiudere un occhio. Smetteranno presto, si era detto. E poi lui era lì per vigilare sulle cose serie, non per perdersi in sciocchezze.
Però i minuti erano passati, e i due non avevano smesso. Lui aveva fatto dei cenni, aveva lanciato una voce. Per farsi capire con le buone. Ma loro continuavano a fare finta di niente.
Così, alle nove e quarantaquattro di quel mattino soleggiato, al brigadiere Macrì scappò la pazienza.
Lasciò il posto di guardia, si avvicinò e, dopo essersi schiarito la voce, disse semplicemente:
«Adesso basta.»
I due ragazzini si bloccarono. Il più piccolo, che stava per calciare al volo, stoppò il pallone a terra. Guardarono il carabiniere.
«Ma vi siete impazziti?» disse lui. «Questo è il Parlamento della Repubblica. Vergogna. Datemi quella palla e andatevene.»
I due chinarono il capo, mormorarono qualcosa di incomprensibile.
Il pallone fu appoggiato di piatto in direzione del brigadiere.
E cominciò a rotolare. Lentamente, lentamente.
Una traiettoria limpida, pensò Macrì.
Invitante, addirittura.
Anzi, per la verità: un assist perfetto.
E proprio sul sinistro, il suo piede.
Il brigadiere Macrì era sempre stato un uomo integerrimo. Senza vizi, senza capricci. Mai un gesto imprevedibile in tutta la vita. Eppure, quella volta, sentì all’improvviso un brivido di incoscienza attraversargli la schiena, formicolargli insistentemente all’altezza del collo, quindi guizzare verso il basso. Verso i piedi.