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Polaroid

di Gianluca Mercadante
Dieci istantanee che raccontano l'Italia di oggi.

Le Torri Gemelle, il G8, il black-out, la rivolta dei cinesi a Milano… La cronaca piove dalle televisioni e ipnotizza il pubblico, manipola il gusto, coltiva e armonizza paure. Illustrato a violenti chiaroscuri dal pittore inglese Tobin Florio, “Polaroid” fotografa il mondo odierno in dieci istantanee la cui luce improvvisa scopre, ma non sorprende, una società di esseri umani allevati secondo una logica di regime sotterranea, “democratica”. Chiunque ne resti per qualche motivo estraneo, è un “soggetto a sfavore”, è un “inadeguato sociale”. In altre parole, è una persona inutile e, come tale, va ritirata. Dieci racconti per dieci scatti che raccontano un’Italia obliqua, criticata in modo lucido, osservata dalla parte opposta di uno schermo televisivo.

Pagine: 138
Formato cartaceo: 13 x 19
Formato ebook: epub senza DRM
Uscita: ottobre 2008
Isbn cartaceo: 9788895744063
Isbn ebook: 9788895744735

COD: 4600 Categorie: ,
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Gianluca Mercadante

Gianluca Mercadante

Autore di Casinò Hormonal

Gianluca Mercadante è nato nel 1976 a Vercelli. Ha pubblicato “McLoveMenu” (Stampa Alternativa, 2002), “Il banco dei somari” (NoReply, 2005), “Nodo al Pettine - Confessioni di un parrucchiere anarchico” (Alacràn, 2006), e per Las Vegas edizioni “Polaroid” (2008), “Cherosene” (2010), “Caro scrittore in erba...” (2013), “Caro lettore in erba...” (2015), “Casinò Hormonal” (2018), “Le trasmissioni riprenderanno il più presto possibile” (2020), “L’Isola Senza Tempo”.
Questo è il suo sito.

Primo capitolo

Au Revoir

L’alieno mi saluta ogni mattina vomitando qualcosa di bianco. Mi sciacquo la bocca, resto a fissare l’immagine di me riflessa sul metallo del rubinetto e l’alieno vomita altro dentifricio, la fronte a missile, la faccia mignon. Gli faccio una boccaccia, poi ritorno in camera.
Robinson sta facendo footing sullo schermo del computer, già acceso sulla scrivania. Robinson è l’omino dello screensaver, unico naufrago su un isolotto monovolume dove non c’è niente, a parte una palma, e dietro quella palma c’è tutto il mondo. Lo vedi che passeggia su e giù, poi sparisce lì dietro e riappare ora con una canna da pesca, ora con un libro, ora vestito da indiano per la danza della pioggia, ora in tenuta da jogging.
Ogni tanto, quando le parole finiscono, quando non le trovo più, mi fermo due minuti e guardo cosa fa.
Scuoto il mouse: Robinson si spacca in mille pixel e ritorna la parola FINE, tonda, mai come la rivedo nei libri, poi. Certe volte me la tolgono proprio, altre la buttano lì, anoressica, come se non fosse costato nulla a nessuno arrivarci.
E riecco la gastrite. Ogni volta che concludo un romanzo la sento più forte. Sarà perché prima non me ne accorgo: c’è la tensione, c’è l’ansia, c’è il viaggio. Non scrivo mai tutto a casa, non sto tranquillo, allora faccio le valigie e parto, dove mi pare, e lì termino il mio lavoro. Stavolta mi trovo a Roma, in una stanza come sempre impersonale e comoda, un armadio, un televisore, un letto matrimoniale, la scrivania e il bagno. Mi assicuro sempre sulle due piazze e sulla scrivania, anche se spesso mi piace stare a letto col portatile sulle gambe, a scrivere per ore così.
Stamattina devo uscire per un’intervista e non ne ho proprio voglia. Ricordo l’e-mail del mio editore: “C’è una tizia che ti aspetta a piazza Barberini, domani, le ho detto che sei libero per pranzo (sei libero, vero? Sì, sei libero, te lo dico io). È simpatica, lavora per un quotidiano importante, cerca di essere un po’ meno stronzo del solito, per favore”. Gli scrivo la mia risposta in testa: fottiti, tu e la tizia “simpatica”. Sposto il tutto nella cartella “cose che non ti dirò mai in faccia” e chiudo i miei pensieri, troppo preso nel tentativo ormai disperato di lavarmi a puntate sotto il raggio laser della doccia spinta al massimo. Mi vesto con qualche buona idea che mi sono portato da casa. Mi sono detto, a settembre – magari – farà ancora caldo, a Roma. Quando un mio amico è venuto a prendermi, voleva chiamare la neuro. “Ma andò vai, aho?” m’ha gridato dietro, quando mi ha visto scendere dall’Eurostar da Milano con un giubbotto di pelle, il lupetto di lana, i jeans e gli anfibi. A Termini c’erano ventinove gradi.